Micron Document
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Autocromia
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Lmwbw'mwcaautocromia (o mwcqautochrome) è un procedimento di mwcgfotografia a colori basato sulla mwcwsintesi additiva, mwdabrevettatocite-ref-1[1] il 17 dicembre mweq1903 dai mwegfratelli Lumière o più precisamente dalla "mwewSociété Anonyme des Plaques et Papières photographiques A. Lumière et ses Fils" (Società anonima di lastre e carte fotografiche A. Lumière e figli).

È stato scritto che nelle mwfqautochrome di inizio mwfgNovecento è evidente «il gusto per le composizioni e i colori di scuola mwfwimpressionista» e come esempio viene presa l'immagine di Auguste e Louis Lumière mwgaLa ragazza e i lillà.cite-ref-2[2]

Introdotta sul mercato nel 1907,cite-ref-3[3] rivoluzionò il campo della fotografia a colori e diventò ben presto popolare, nonostante il costo e la complicazione. All'autocromia si devono in particolare numerose fotografie a colori della mwigprima guerra mondiale.

Contents

Storia
Note

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Storia

Il 30 maggio 1904 mwkgLouis Lumière presentò l'autocromia all'mwkwAccademia francese delle scienze. mwlaGabriel Veyre realizzò le prime autocromie in mwlqMarocco.

A partire dal 1907, anno della commercializzazione dell'autocromia, il sistema ha successo in Francia e all'estero. La ditta Lumière produce 6.000 lastre Autochrome al giorno, per un totale di 50 milioni.

Albert Kahn, banchiere filantropo francese, dal mwmq1909 invia fotografi in una cinquantina di paesi allo scopo di costituire gli "mwmgArchivi del pianeta".

Con la nascita del mwnqKodachrome (1935) e dell'Agfacolor (1936), l'autocromia viene progressivamente abbandonata.

Procedimento

Il principio su cui si basava era quello della mwoasintesi additiva spaziale, poiché i colori che apparivano sulla lastra autocroma erano ottenuti grazie a un mosaico di piccolissimi filtri costituiti da granelli di mwoqfecola di patate colorati in mwogverde, mwowblu-mwpavioletto e mwpqarancione. Questi granelli venivano stesi su un supporto di vetro in uno strato sottilissimo, in modo che non si sovrapponessero, ma risultassero giustapposti. Gli interstizi venivano poi riempiti con mwpgnerofumo. Sullo strato di granelli di fecola veniva poi stesa un'mwpwemulsione fotografica in bianco e nero.

La lastra veniva esposta dal lato del supporto e sviluppata. Poiché l'immagine così ottenuta era un mwrqnegativo a colori complementari, la lastra veniva poi sottoposta a un procedimento d'mwrginversione, in modo da ottenere un'immagine positiva. L'inversione veniva generalmente ottenuta dapprima eliminando le zone esposte dell'emulsione (quelle che dopo lo mwrwsviluppo apparivano nere), poi riesponendo la lastra, stavolta dal lato dell'emulsione, in modo da impressionare l'emulsione rimasta, e infine sviluppando di nuovo. L'immagine ottenuta, osservata da vicino, appariva come un quadro puntinista in cui i colori erano ottenuti per sintesi additiva spaziale dai tre mwsacolori primari verde, mwsqblu-violetto e arancione.

Benché quello descritto sia il procedimento di autocromia che fu generalmente adottato, nel brevetto statunitensecite-ref-4[4] della ditta Lumière del 1906 è descritto un procedimento leggermente diverso. I granelli di fecola erano colorati in mwvqgiallo, mwvgrosso e mwvwblu. Sul supporto di vetro veniva steso uno strato di granelli giustapposti (senza riempire con nerofumo gli interstizi) e su questo strato ne veniva poi steso un secondo, sempre di granelli giustapposti. Infine veniva stesa l'emulsione in bianco e nero. Dopo lo sviluppo e l'inversione, i colori erano ottenuti per sintesi additiva di sei colori primari: giallo, rosso, blu, verde, blu-violetto e arancione (gli ultimi tre apparivano nelle zone in cui due granelli di fecola di due colori diversi si sovrapponevano).

Le versioni su pellicola

Il procedimento Autochrome continuò a far uso di lastre di vetro fino agli mwwganni '30, quando venne velocemente soppiantato dalle versioni su mwwwpellicola: il Lumière Filmcolor, su pellicola piana, nel 1931, e il Lumicolor, su pellicola in rullo, nel 1933. Il successo fu però di breve durata, perché il mwxgKodachrome e l'Agfacolor erano ormai alle porte. Il sistema rimase però vivo ancora per anni grazie a diversi appassionati, soprattutto francesi: la produzione dell'ultima versione, l'Alticolor, iniziata nel 1952, cessò nel 1955.cite-ref-5[5]

Importanti collezioni di autocromie

Una delle più grandi collezioni di autocromie è quella realizzata fra il 1909 e il 1931 dal già citato banchiere e filantropo francese Albert Kahn. Le 72.000 lastre, che documentano la vita dell'epoca in 50 paesi, sono ospitate nel Musée départemental Albert-Kahn, a mwzwBoulogne-Billancourt.

La mwaqNational Geographic Society ha fatto un grande uso delle lastre Autochrome per più di vent'anni. Diverse centinaia di lastre originali sono tuttora conservate negli archivi della società.

Fotografi che usarono l'autocromia

Quella che segue è una lista (non esaustiva) di celebri fotografi che fecero uso delle autocromie per una parte importante della loro produzione:

• Jules Gervais-Courtellemont
• Léon Gimpel
• Antonin Personnaz
• Jean-Baptiste Tournassoud
• Fernand Cuville
• Eugène Druet
• John Cimon Warburg
• Fotografi che crearono mwhwmwiaLes archives de la planète

Note

cite-note-11. Brevetto francese 339223 del 17 dicembre 1903.
cite-note-22. mwkgMassimo Cappon, mwkwL'età dei pionieri, in mwlamwlqEpoca, I grandi album di Epoca. Speciale fotografia, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, p.mwlg 55.
cite-note-33. mwmgHugh Chisholm, mwmwmwnaThe Encyclopædia Britannica: A Dictionary of Arts, Sciences, Literature and General Information, 11th, The Encyclopædia Britannica Company, 1911, XXI.501.
cite-note-44. Brevetto statunitense 822532 del 5 giugno 1906.
cite-note-55. mwpamwpqmwpgautochromes.culture.fr, su mwpwThe Evolution of the Autochrome - Rise and Fall.

Bibliografia

• mwqw(FR) mwraLa Couleur sensible, photographies autochromes (1907-1935), Centre de la Vieille Charité, 1996.
• mwrgStoria della fotografia, Istituto Geografico De Agostini, 1983, pp. 119-120.
• mwsa(EN) B. Fagan (2005), mwsqChaco Canyon: Archaeologists Explore the Lives of an Ancient Society, Oxford University Press, ISBN 0-19-517043-1.
• mwta(FR) B. Lavédrine, J. P. Gandolfo (2009), mwtqL'Autochrome Lumière, secrets d'atelier et défis industriels, CTHS.
• mwtw(FR) S. Roumette, M. Frizot (1985), mwuaAutochromes, CNP, ISBN 2-86754-027-5.
• mwuw(FR) A. Scheibli, N. Boulouch (1995), mwvaLes autochromes Lumière: la couleur inventée, Scheibli.

Altri progetti

Altri progetti

• Wikimedia Commons

• Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su autocromia

Collegamenti esterni

• mwwqSito web dedicato al centenario dell'autocromia, su autochrome.com. URL consultato l'11 marzo 2011 (archiviato dall'url originale il 28 gennaio 2011).
• mwwwAutochrome: Beauty in Colored Pointillism, su iphotocentral.com.
• mwxqSito web belga sulle autocromie, su autochromes.be.
• mwxwUn Mondo d'Argento - Breve storia dei supporti per la fotografia in Italia (1839-1939), su bencinistory.altervista.org. URL consultato il 6 luglio 2013 (archiviato dall'url originale il 10 gennaio 2014).